domenica 22 febbraio 2009

Carta canta

Il Festival si chiude con la vittoria, temuta, dell’amicissimo Marco Carta.

Sul podio con Sal Da Vinci e Povia, le tre canzoni finaliste della 59° edizione di Sanremo hanno rappresentato uno zero musicale davvero invidiabile. Lo scollamento con il mondo reale sembra sempre più impossibile da sanare. Forse il bello del Festival è proprio questo: convincerci tutti che davvero amiamo canzoni come queste.
Per 5 giorni ritornano finalmente gli amanti eternamente ingannati, i campanari, gli scarponi e i tamburini, l’edera, le colombe e i papaveri, salvo rare, forse rarissime, eccezioni. Per tutto il resto c’è la giuria demoscopica.

venerdì 20 febbraio 2009

La cerimonia svelata

JULIE’S HAIRCUT 17/02/2009 MAGNOLIA – MILANO

Seguo i Julies da diverso tempo, senza mai riuscire a vederli dal vivo. L’occasione finalmente si è presentata martedì 17 febbraio, per la tappa milanese del tour di supporto all’ultimo nuovissimo album, Our Secret Ceremony.
La serata è di quelle davvero fredde, e un po’ di me, reduce dall’influenza, è rimasto a casa in pantofole (vestaglione di flanella, birra gelata e rutto libero) a seguire le gesta degli Afterhours al loro debutto sanremese. Solo al mio rientro sarò consapevole della loro prima immediata eliminazione. Il naturale processo direi..

I Julies invece hanno dalla loro il pubblico delle grandi occasioni, dapprima silenzioso, poi pienamente coinvolto e partecipe alle sperimentazioni della band. I brani proposti sono praticamente tutti del nuovo album, lunghe cavalcate in territori rock ricchi di contaminazioni sonore, una sorta di moderni, e altrettanto lisergici, Grateful Dead. L’apertura è affidata all’ipnotica Sleepwalker, già singolo in free download come antipasto del nuovo lavoro. L’impatto del brano dal vivo è forse ancora più potente che su disco, coinvolgente ed efficace, riesce perfettamente nel compito di introdurci nella liturgia segreta dei Julies.
Dei vecchi brani noisepop, che ho eletto a personali inni generazionali, non viene fatta alcuna menzione. Senza farne rimpiangere l’assenza in scaletta, il gruppo prosegue nel proprio solco di ricerca musicale in maniera ottimale, giocando sul palco con strumenti vintage e aggeggi elettronici, alternando forma canzone a lunghe dilatazioni psichedeliche e trance ipnotiche, riuscendo nel freddo locale milanese a creare un caldo vortice sonoro da cui è davvero difficile estraniarsi.

Il viaggio termina verso l’una di notte, riesco anche a scambiare due idiozie personali con Nicola. Verso casa ho ancora nella zucca la lunga caleidoscopica cerimonia cui ho assistito. Sorprendente.

giovedì 19 febbraio 2009

Cold hearted man

Un breve omaggio per un grande rocker che ha influenzato moltissimo il mio piccolo mondo sonoro.

Ventinove anni fa moriva Bon Scott, una icona dalla voce graffiante da scozzese emigrante, tatuaggi da vero duro e umorismo da scaricatore di porto.
L’avventura ebbe inizio con la bubblegum music dei Valentines, poi il periodo hippy nei Fraternity, e infine con i lillipuziani fratelli Young, prima come autista tuttofare, in seguito come cantante, uno dei più carismatici che l’Australia abbia mai potuto vantare. Quindi il più classico dei clichè rock: la folle corsa termina a Londra sul sedile posteriore di una Renault 5, lasciato lì a smaltire una sbronza colossale dopo una notte di eccessi.

Poco dopo la sua morte, gli Ac/Dc entravano nella storia della musica con il proprio album nero, il disco hard rock più venduto di tutti i tempi.
Ride On.

martedì 17 febbraio 2009

Il piccolo Principe

Meglio chiarire subito che questo post è un po’ di parte, tratta argomenti legati al Festival della Canzone Italiana e di una band che, per ragioni tutte mie, mi sta particolarmente a cuore.

Dopo queste necessarie premesse, non tutti sanno che esiste una manifestazione parallela al Sanremo televisivo che si svolge via web e si combatte a suon di sms. Il congegno è strutturato in maniera diabolica ed è chiaramente una manifestazione del maligno. La Rai ha permesso a ben 100 artisti emergenti di esporre le loro canzoni, tutte dotate di video professionali/semi-professionali/mio fratello ha una telecamera, sul sito ufficiale del Festival, lasciando al giudizio popolare la scelta della canzone migliore. La competizione è pertanto, a tutti gli effetti, una semplice gara a chi può permettersi di spendere di più per un pizzico di notorietà. La polemica sugli introiti, abbastanza ingenti, ha sollevato qualche voce fuori dal coro, ma l’azienda televisiva pubblica ha fatto naturalmente orecchio da mercante, spremendo al meglio lo spremibile.

Tralasciando accuratamente questo discorso, vorrei spendere poche righe per una delle band in concorso, che di gavetta ne ha fatta davvero tanta, non sempre gestita nel migliore dei modi possibili. I Malamonroe, i Blondie de’ noaltri, sono un gruppo che sta cercando di ottenere una certa visibilità nel dorato mondo musicale. L’esperienza e un certo sound da classifica non mancano, una spinta in una direzione unica invece, no. La canzone per la celebrità è Principe, testo furbo e ammiccante che parla di amori da Autogrill. Come spesso si fa notare, Sanremo potrebbe non rappresentare il trampolino migliore che ci sia, ma il giro sulla giostra rappresenta una grassa settimana di sovraesposizione mediatica, premio-notorietà che va ben oltre le più rosee previsioni di Andy Warhol. A poche ore dall’inizio del Festival numero 59, auguro ai Malamonroe di ritagliarsi il loro spazio, salvandosi dal solco scavatogli di cover band dalla cantante bambolona bionda. Controllerò con la dovuta attenzione. Stasera invece, Julie’s Haircut a go-go.

lunedì 16 febbraio 2009

Il festival è reale

Anche quest’anno il festival di Sanremo riparte puntuale, come mai potrebbe accadere ai trasporti pubblici. L’immenso carrozzone riapre i battenti e tenta in qualche modo di proporre i gusti degli italiani in fatto di musica. I nomi ci sono proprio tutti: dalla categoria Guarda chi c’è, a Toh, chi si rivede, a Ancora tu? a Stasera mi butto, per non scontentare proprio nessuno. Per risollevarne gli ascolti e tentare di dare un senso ai soldi spesi, il gran cerimoniere designato è Bonolis, artefice nel 2005 di una delle edizioni del festival più apprezzate. Televisivamente parlando, ovvio.

La grande sorpresa stavolta è per me rappresentata dagli Afterhours, ovvio anche in questo caso. La notizia mi aveva in qualche modo turbato, seguo Mr. Agnelli da sempre e conosco la sua intransigenza a certe vetrine, a certi modi di seguire la musica, a ergersi alfiere contro l’effetto karaoke causato dalle proprie opere di ingegno. E’ vero che in questo modo il gruppo avrà su di sé ennemila riflettori puntati, come raramente è successo nel corso di una carriera più che ventennale, e l’Italia intera scoprirà l'esistenza di un gruppo chiamato Afterhours, che propone canzoni notevoli ma distanti dallo sculettante mondo pop che costantemente ci viene propinato. In sostanza, la scena musicale italiana potrebbe davvero godere di notevoli nuove luci della ribalta, grazie all’intervento degli After. Certo, cosa andranno a presentare è fondamentale, il rischio è di non essere compresi oppure di non risultare più genuini da parti di chi li segue da tempo, o, mefistofelicamente, lanciare una canzone da heavy rotation nelle discoteche più in dello Stivale.

Superati però questi drammatici ostacoli, la scommessa è davvero notevole: il nome degli Afterhours può davvero risultare un traino e un gancio per far conoscere ad un pubblico spesso distratto che in Italia ci sono musicisti capaci e di grande talento completamente ignorati dai più. Sul palco Agnelli e i suoi, domani proporranno “il paese è reale”, brano che dà il titolo alla compilation voluta e prodotta dalla band stessa: 19 artisti della scena alternativa italiana con altrettante tracce inedite, Paolo Benvegnù, Calibro 35, Marco Parente, Marta Sui Tubi.. una vera e propria novità nel nostro polveroso panorama musicale, nomi lontani dall’airplay radiofonico ma vero e proprio punto di riferimento per la piccola, ma operativa, comunità italica attenta alla musica. Sul palco dell’Ariston invece, probabilmente svanito l’effetto Sanremo, molti nomi verranno irrimediabilmente dimenticati dalle nuove sfavillanti scoperte che la discografia vomita incessantemente nella speranza di vendere qualcosa, ma l’idea di farsi bandiera della propria provenienza underground e di lanciare una compilation lontana anni luce dalle logiche di mercato è, almeno ai punti, una scommessa vinta.

venerdì 6 febbraio 2009

Vive la France!

David Lavaysse, chi è costui?
Un eccentrico one man band potrei dire, ma anche un musicista con una concezione molto personale della propria materia. Il poliedrico artista francese, dopo aver prodotto due album come I N Fused, cambia leggermente le proprie coordinate e presentata i suo ultimo lavoro con il nuovo moniker di I&Fused: una sottile modifica che, a suo dire, rappresenta la voglia di non chiudersi in un nome e la consapevolezza di una costante evoluzione del proprio personalissimo progetto musicale. Il risultato è Slow Eater, album composto da 14 brani eleganti e raffinati, difficilmente inquadrabili in una singola categoria. Per un bisogno quasi personale di etichettare i generi musicali, si potrebbe parlare di una miscela di elettro-pop, combinata con una sorta di vena intimista dal sapore velatamente jazz. Estremamente gradevole e poliedricamente strutturato, questo album si presenta ammiccante, consapevole di farsi apprezzare anche dalle orecchie più distratte, ma al tempo stesso meritevole di un ascolto più attento, in cerca di ogni singola sfumatura. Un disco dai toni piacevolmente intimi e confortanti, i cui brani si susseguono morbidi e vellutati, mostrando la loro accattivante anima pop, di volta in volta arricchita con gli strumenti più disparati (chitarre, percussioni, clarinetto), ma, a mio giudizio, il vero elemento unificatore di un lavoro così poco inquadrabile ma terribilmente seducente è la voce: calda, gentile, ottima padrona di casa che ci accoglie in un mondo di eleganti suggestioni sonore. Davvero una notevole prova di grande qualità e creatività da parte di uno degli artisti più eclettici della scena alternativa d’oltralpe.
Provare per credere!

mercoledì 4 febbraio 2009

La polizia trema

Con una predisposizione onnivora al mondo del cinema, ho dedicato alcune serate al Commissario Betti e alle sue avventure: gli anni ‘70 hanno regalato al cinema italiano un’intensa ed appassionata stagione di film polizieschi duri e crudi, specchio di anni turbolenti e difficili: pellicole dal ritmo serrato che narravano le vicende di commissari di polizia disposti a tutto pur di frenare la delinquenza. Il filone immediatamente battezzato “Poliziottesco” ha avuto uno dei suoi uomini simbolo nell’indimenticabile Maurizio Merli, che interpretava con grande carisma il poliziotto di ferro che faceva di ogni indagine una missione di vita. Un genere molto curato in ogni dettaglio, con colonne sonore avvincenti che spaziano dal rock al free jazz, legato perfettamente alle scene d’azione e soprattutto capace di portare lo spettatore a calarsi istintivamente nella tensione emotiva del film.

Oggi, con una certa prevedibile imprevedibilità, queste colonne sonore, quasi del tutto dimenticate tornano di prepotenza ad imporsi nella scena musicale italiana, facendo così rivivere al commissario Betti una nuova e inaspettata popolarità.
Artefici di questo strano ripescaggio delle musiche da film sono i Calibro 35, moniker sotto il quale si celano alcuni dei più promettenti musicisti della nuova scena italiana. da Enrico Gabrielli, polistrumentista dell’ultima incarnazione degli Afterhours a Tommaso Colliva, fonico e produttore di artisti quali Muse, Franz Fernand e Twilight Singers. I temi dunque sono quelli dei grandi maestri delle colonne sonore, riarrangiate ed improvvisate, mantenendo vivo lo spirito degli anni ‘70. Chitarre fuzz, organi distorti, bassi ipnotici e funky grooves riempiono l’atmosfera, con una selezione che comprende sia temi famosi che episodi più oscuri: dal classico “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” ai temi di Micalizzi “Italia a Mano Armata” e Cipriani “La Polizia Sta a Guardare” utilizzati anche da Quentin Tarantino nei suoi ultimi lavori; C’è spazio anche per "Gangster Story" dei fratelli De Angelis, brano che riporta l’immaginazione agli inseguimenti mozzafiato di Roma Violenta e La Polizia Incrimina, La Legge Assolve. Conclude la selezione "L’appuntamento", vicenda “anomala” squisitamente pop già apprezzata dal popolo radiofonico. L’originale di Ornella Vanoni, che accompagnava Alain Delon nella pellicola Tony Arzenta, viene rivisitato dai Calibro 35 con Roberto Dell’Era alla voce. Prossimamente su questi schermi, salvo complicazioni..